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GUITAR EXTREME: BRIAN MOLKO

PETER PAN POST PUNK


Il gruppo inglese preferito dai francese presenta il sesto capitolo della sua discografia, Battle for the Sun, un capolavoro delle sei corde. Brian Molko, sempre ispirato, ha incontrato Guitar Xtreme.
Dagli anni del debutto con i Placebo, Brian Molko ha ancora oggi in lui il fuoco sacro. Non sembra annoiato dal rilasciare interviste per la promozione del nuovo disco, anzi è divertito a rispondere alle domande di Guitar Extreme, lui, l’autodidatta anarchico che parla volentieri degli eroi e virtuosi della chitarra con fiumi di parole al vetriolo. Perché la sua visione personale dello strumento rimanda più ai pionieri del punk e dell’indie rock americano. La rockstar androgina ci riceve nella sua suite dell’Hotel Costes a Parigi.

GUITAR EXTREME: Secondo te perché i Placebo non sono diventati un gruppo di successo in America?


BRIAN MOLKO: E’ difficile per un gruppo europeo diventare famoso negli USA. E’ obbligatorio vivere là per avere una presenza importante e la concorrenza è accesa. Gli americani hanno migliaia di buoni gruppi. Quando andiamo là ci sentiamo un piccolo gruppo di culto per il quale nel resto del mondo è facile avere successo mentre negli USA ridiscendiamo sulla terra. E’ positivo per i nostri ego.


G: Aspiri ancora a fare dei Placebo un gruppo leggendario come gli Stones o i Led Zeppelin?


B: No, non credo proprio. Sono delle leggende del rock, questo è sicuro. Ma.. i Led Zeppelin alla fine si sono sciolti, quanto agli Stones, si rifiutano di ritirarsi (ride). Quindi non voglio seguire i loro esempi. Personalmente preferisco che facciamo un percorso come quello dei Sonic Youth. Sono sulla scena dagli anni Ottanta e continuano a fare della buona musica restando fedeli alla loro etica.

 

G: E’ questo il gruppo che ti ha influenzato di più?


B: Sì, definitivamente, e non solo a livello musicale ma filosofico. Evidentemente il loro approccio alla chitarra è stato determinante per i Placebo. Thurston Moore e Lee Rinaldo incarnano perfettamente l’epistemologia del punk, hanno inventato il proprio modo di suonare, con chitarre accordate in modo particolare e l’uso di oggetti per deviare il suono. Ho trovato tutto questo molto di ispirazione per la mia musica.


G: Vi piacciono le jams sperimentali?


B: Sì, ed è su queste basi che abbiamo creato Battle for the Sun e in particolare Speak in Tongues. L’improvvisazione fa molto parte del nostro processo creativo, io e Stefan scriviamo le nostre piccole canzoni nel nostro angolo. In inglese abbiamo quest’espressione un po’ cruda: “gettare merda contro il muro e vedere se ci rimane appicicata”. E’ esattamente ciò che significa sperimentare musicalmente.


G: Come ti senti in questi momenti di cambiamento?


B: Mi sento veramente un musicista in un laboratorio che cerca di dosare e mixare gli elementi per ottenere una miscela esplosiva. In questo contesto sono nate melodie che sembravano provenire dal niente. C’è stata una buona collaborazione, una voglia di creare insieme con rispetto reciproco.


G: Non ci riuscivate più con il vostro vecchio batterista Steve Hewitt?


B: Esatto! Non rimpiangiamo più di creare con lui. Steve Forrest, il nuovo piccolo batterista, è molto molto bravo. Se penso a quanto è giovane… può veramente diventare un grande batterista di riferimento. Il nostro stile di vita ci ha fatti diventare cinici ma per lui tutto è nuovo e davanti alla sua innocenza mi sento più giovane.


G: Hai paura di invecchiare? Ho notato che hai qualche capello bianco…


B: Per forza! Ho qualche capello bianco da quando avevo 5 anni e per questo mi tingo i capelli.. Sai, ho 36 anni e per un uomo della mia età mi mantengo non troppo male. Ho ancora un viso da bambino non trovi? E poi trovo un po’ stupida questa mentalità del voler restare giovani a tutti i costi. E’ difficile restare a far parte di un gruppo rock dopo i 30 anni. Il mio amico Nicolas Sirkis degli Indochine e me stesso siamo i Peter Pan del rock and roll!!!! (ride).

 

G: Torniamo alle vostre jams. Avete mai pensato di fare un disco strumentale per i vostri fan?

 

B: E’ una cosa che ci piacerebbe fare, per esempio, pensavamo di scrivere una soundtrack per un film. Cinque o sei anni fa ci divertivamo a utilizzare le tracce sperimentali sui lati B dei singoli. Ma da lì a far uscire un disco intero strumentale francamente non saprei…

 

G: E’ sempre una sfida per te comporre buone canzoni?

 

B: Trovo che sia sempre più difficile perché più si va avanti più mi devo rinnovare. E questo come songwriter, la mia sfida è riuscire ogni giorno a sorprendere me stesso, e dopo sei dischi è molto difficile, ma interessante.

 

G: Con quali strumenti componi?

 

B: Spesso con una chitarra folk e un magnete rudimentale. La tecnica mi repelle un po’ a dire il vero, non saprei come far funzionare Garage Band. Stefan, lui è tutto l’inverso. Ha un Pro Tools, e il materiale di punta è veramente il suo campo. La sua educazione musicale è stata fatta in conservatorio e presso una scuola per ingegneri del suono mentre io sono un puro autodidatta. Ci completiamo bene e la nostra differenza è la nostra forza.

 

G: Parliamo di attrezzature.

 

B: Non c’è problema. Sai l’ultima volta che ho visto i Sonic Youth è stato all’Olympia per il trentesimo anniversario di Agnes B. Sono salito sul palco e ho visto i pedali MXR di Thurston Moore. Ho immediatamente comprato gli stessi: una Blue Box che fa suonare la chitarra come una sintetizzatore e un Phase 90. Il suono di Devil in the Details è dato dalla Blue Box. Amo questo tipo di pedali, molto semplici ma che hanno una vasta gamma di suono.

 

G: Come ripartite i vostri ruoli con Stefan?

 

B: Di solito suoniamo tutti e due la chitarra poi lui prende il basso. Usiamo una Fender baritono e una nuova Fender che adoriamo, la Baritone Special, che è veramente un ibrido tra un basso e una chitarra. Personalmente ho una ventina di chitarre e le porto tutte nello studio. Recentemente mi sono comprato una Steinberger dal disegno molto moderno. Non è proprio il mio stile ma volevo avere una chitarra diversa dalle altre. Ha un vibrato Trans-Term…

 

G: Ci sono tuning che preferite?

 

B: Abbiamo un tuning in Fa che chiamiamo “l’accorda Placebo”. Abbiamo preso la decisione di lasciarlo da parte e ora componiamo in Re e Re diesis.

 

G: Usi ancora il distorto Boss Metal Zone?

 

B: No, uso i pedali Boss il meno possibile. I MXR ed Electro Harmonics mi danno un suono più organico. Ma, ancora una volta, ho una grande scelta. Il tecnico delle chitarre che viaggia con me, Woolfy, è uno scienziato. Mi ha costruito delle plance spettacolari sulle quali ha fissato i miei pedali. Non ho mai pensato di riprendere la stessa plancia dopo quella. Altrimenti abbiamo i nostri vecchi amplificatori: Marshall, Orange, Twin Reverb, un Vox AC30 e un Carr. Questo è stato fabbricato artigianalmente da una piccola ditta americana.

 

G: Ci sono gruppi che ti piacciono ultimamente per l’uso della chitarra?

 

B: No, è un bel problema, è uno dei motivi per il quale ho deciso di suonare musica rock.. perché non sento niente che mi piace. Prima amavo molto i Godspeed You Black Emperor, i Mogwai, Esplosion in the Sky, Slint, tutta la scena most rock o math rock. In quel momento amavo il suono della chitarra psichedelica che ricordava gli anni Sessanta come in Black Mountain o in Pink Mountaintops. Ascolto anche musica acustica come Bon Iver.

 

G: Apprezzi i chitarristi più virtuosi?

 

B: Come Matt Bellamy? No, non amo il virtuosismo. Lo stesso Jeff Beck, non mi piace tanto. Per me i soli frequentabili sono Josh Homme dei Queens of the Stone Age, la sua Feel good hit of the summer è molto ben fatta, e J Mascis dei Dinosaur Jr, è un buon solista. Queste persone non salgono sulla scena per dimostrare quello che sanno fare al pubblico. La cosa cruciale è comunicare le emozioni attraverso la musica.

 

CURIOSITA’: PLACEBO E L’AVANGUARDISMO.

 

Nel 1994, prima della riuscita di Placebo, Brian Molko e Stefan Olsdal hanno fatto parte dell’orchestra di Rhys Chatam, un compositore di musica d’avanguardia che utilizza la chitarra elettrica, gli accordi alternativi, i fenomeni elettroacustici per creare suoni inediti. Brian spiega: “Chatam ci chiese di accordare tutte le corde delle nostre chitarre alla stessa altezza ed è in questo modo che abbiamo composto riffs per Placebo fra i quali quello di Kitty Litter, canzone che abbiamo finito solo 15 anni più tardi per questo nuovo album”.
 

INTERVISTA PUBBLICATA SULLA RIVISTA FRANCESE GUITAR EXTREME DEL 26 MAGGIO 2009

TRADUZIONE A CURA DI SPLEEN

 

(08/06/09)

 

 

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