
LES INROCKUPTIBLES VS. BRIAN MOLKO - 1°
PARTE
I Placebo erano quasi spariti. In un buco
nero senza fondo dove si erano spinti al tempo di Meds a causa della routine
di eccessi e abusi. Un album più comatoso che medicinale con il quale la band
– e parte del pubblico – erano giunti vicino a un’overdose:
impossibilitati a provare nuove idee, scottati dal loro stile di vita, il
tour infinito, le caotiche relazioni interne, i Placebo avevano quasi gettato
la spugna. Ma questa band alla quale hanno dato vita come una via
d’uscita a una vita cupa era troppo importante per Brian Molko per
lasciarsela sfuggire. Nel suo angolo, il trio si è ricostruito da solo, ha
riscoperto la semplice gioia di suonare, la vita senza droghe o alcool, una
carriera senza una compagnia major a pressarli. Una nuova etichetta,
indipendente questa volta, un nuovo batterista, un nuovo andare, una nuova
bramosia: è un Brian Molko piuttosto entusiasta e alleggerito che cammina
fuori da quei giorni bui e ci riceve a casa sua a Londra. Intervista senza
peli sulla lingua.
Inrockuptibles: Il nuovo disco
comincia con queste parole: “Ho bisogno di una nuova faccia”.
Brian Molko: E’ davvero come
se fossimo rinati. Dopo Meds eravamo alla fine del contratto con la nostra
casa discografica e questo ci ha costretti a chiederci: quale futuro
immaginiamo per i Placebo? Era tempo per un grande cambiamento, non eravamo
più felici con questa band. Se non avessimo preso il toro per le corna
avremmo lasciato sopravvivere la band per anni e anni e poi saremmo caduti in
un declino inevitabile. Non ho sacrificato tutto per 15 anni per lasciare poi
morire la band. Quando un angolo in un triangolo collassa mette a rischio
tutto l’equilibrio. Negli ultimi anni siamo vissuti lontani l’uno
dagli altri e questo stava mettendo a dura prova la nostra creatività. Invece
di stare sempre insieme come agli inizi, Stefan e io ce ne stavamo nei nostri
angoli; per istinto di sopravvivenza i Placebo erano diventati un marchio,
invece di essere una band erano solo un marchio. Eravamo nel compromesso,
senza sincerità; avevo l’impressione che stavo per lavorare con colleghi
con i quali sentivo sempre meno affinità. Era una falsa democrazia.
I: Quando hai capito che i Placebo
stavano declinando?
B: Durante la registrazione di
Meds… Abbiamo lasciato lo studio senza orgoglio, disuniti, slavati. Ma
c’era un tour da affrontare così siamo marciati dritto come se niente
fosse successo. Per due anni per strada, mi sono veramente sentito solo. Non
ho avuto nessuna scelta tranne quella di continuare – non conosco
nient’altro, è il mio destino, il mio unico valore… Con Stefan
abbiamo deciso di riprenderci indietro la nostra band, il suo spirito,
l’innocenza che aveva quando componevamo nel 1994… Non potevamo
più continuare con questo cinismo. Tutte le volte che sul palco stavamo
fingendo ormai non era più “noi contro il resto del mondo”.
I: Nello specifico, il problema era
con il vostro batterista Steve Hewitt, con il quale avevate personali e
musicali differenze. Ti ci sei scontrato in prima persona?
B: Alla fine del tour non potevamo
nemmeno guardarci più negli occhi… era… imprevedibile, ero
impaurito dalla sua reazione, emotivamente e fisicamente. Così gliel’ho
detto per mail e allora il nostro manager gli ha ufficialmente annunciato che
non era più parte della band. Questo è stato due anni fa, da allora non ci
siamo più parlati. Da quel momento abbiamo reclutato un altro Steve alla
batteria. La sua gioventù, la sua fame, il suo ottimismo da giovane
californiano sono stati cruciali per noi. Ha tatuato sulle sue nocche
“open minded”, ma non per divertimento. Avevamo bisogno di lui
per uscire dalla nostra crisi dei 30 anni e per essere ragazzi di nuovo.
I: Avete cambiato le vostre abitudini
di registrazione?
B: Mentre registravamo il nuovo
disco ci siamo sforzati di stare lontani il più possibile dal rock,
ascoltavamo solo musica classica o i Fleet Foxes e i Sigur Ros. Era
importante vivere nel vuoto, smettere le nostre abitudini, le tentazioni
– è questo il motivo per il quale abbiamo lasciato Londra per il
Canada. Questa è stata la reazione a Meds, al suo lato oscuro,
claustrofobico, senza speranza – e anche dal suo contesto di
depravazione. Sognavo un disco più positivo, più colorato, in technicolor
piuttosto che in bianco e nero… Ci siamo sentiti molto sollevati quando
abbiamo finito Battle for the Sun, ci siamo dovuti riscoprire noi stessi,
sbarazzarci delle nostre inibizioni… Avevamo bisogno di metterci alla
prova. Siamo usciti dall’orlo (del precipizio).
I: Prima di registrare questo nuovo
disco siete caduti nella routine?
B: Da quando abbiamo iniziato, 15 anni fa, non c’è mai stata
un’interruzione, si era instaurata una routine: scrivere, registrare un
disco, poi due anni di tour, più sei mesi di riposo. Il gap è stato più lungo
nel momento in cui abbiamo deciso di lasciare una major e fare tutto da noi.
Così la registrazione a Toronto di Battle for the Sun è stata un vero
piacere, senza il marketing manager alle nostre spalle a chiedere se avevamo
un singolo nel nostro lavoro… La nostra manager non ha mai saputo cosa
stavamo facendo. Riceveva registrazioni di archi e ottoni e si preoccupava di
cosa stavamo facendo…
I: Sei contento di tornare sul palco?
B: Ho bisogno del ritorno del
pubblico. In questo modo sono nel dubbio, in confusione e questo mi uccide. Devo
essere sul palco, finanziariamente ovviamente ma soprattutto
psicologicamente. Questo esibizionismo è necessario per me come bere e
mangiare. Senza un palco non sarei felice.
I: Sembra che tu non riesca a fermarti
dallo scrivere, quando hai avuto un’interruzione con i Placebo hai
scritto per altri. E’ un modo per non fermare mai il tuo cervello?
B: Sono stato sempre impegnato. La
solitudine non fa per me, potrei affondare nell’isolamento totale. Lo
sono già stato da bambino, nell’isolamento, alienato dagli altri, anche
dalla mia famiglia. Ero solito chiudermi a chiave in camera in Lussemburgo
con i miei dischi e la mia chitarra. E’ molto facile per me una
ricaduta di questo tipo. Devo combattere questo: avere troppo tempo per
pensare può essere molto pericoloso per me, può farmi molto male.
I: Riesci a tornare a una vita normale
dopo il tour?
B: Evito di tornare subito a casa,
viaggio ancora un po’, per decompressione. Per un paio di mesi tutto
quello che faccio è dormire. Tutti i disagi che ho messo da parte nei due
anni di tour cadono su di me. Emergo da una bolla, mi sento debole, assente,
riluttante a fare tutto… non ci sono per nessuno, mi dissolvo. In tour
tutte le decisioni sono prese da qualcun altro, divento completamente
dipendente e mi divora il fatto di essere così dipendente, spesso vorrei
cucinare per me, lavare le mie cose… Quando torno a casa riacquisto
alcune abilità, l’autonomia. Lavare i piatti e pulire diventa una
necessità.
I: Il gruppo era previsto nelle tue
aspettative?
B: Da quando avevo 14/15 anni
tutte le decisioni che ho preso nella mia vita sono andate in questa
direzione: cercare la mia strada, con il teatro, il cinema e infine con la
musica, per rifiutare il mondo del lavoro. Ho creduto ciecamente nella mia
buona stella. Ricordo che quando ero bambino me ne stavo seduto sulla toilet
a rispondere a interviste immaginarie… Nella mia testa non c’è
mai stata la domanda “come è successo”. Ho tagliato tutti i ponti
dietro di me per questo sogno. Vivere nei miei sogni era come una protezione
per me. Mi sono sentito totalmente scisso dalla società, sapevo che non
potevo trovare il mio posto al suo interno.
(continua)
FINE 1° PARTE
INTERVISTA PUBBLICATA SULLA
RIVISTA FRANCESE LES INROCKUPTIBLES
N°704, 26/05/09 - 01/06/09
TRADUZIONE A CURA DI SPLEEN
(29/05/09)