
LES INROCKUPTIBLES VS. BRIAN MOLKO - 2°
PARTE
Inrockuptibles: Per essere il cantante dei
Placebo hai dovuto creare un personaggio, forzarti?
Brian Molko: Sì, è stata la mia
risposta al successo; ho inventato un personaggio molto sicuro di sè,
fragile, urlante, che era un’esagerazione di me stesso. Un freak da
circo e da party… E’ stato un modo per smettere di sentire, di
ingannare la mancanza di fiducia in me, l’odio per me stesso… E
fa parte di questo anche una depressione cronica che mi accompagna
dall’adolescenza. Perché mentre ero capace di esprimermi attraverso le
canzoni, ero tuttavia incapace di farlo nel quotidiano. Ma alla fine ho ucciso
questo personaggio per affrontarlo. Però è ritornato brevemente dopo la
registrazione di Meds, che fu una vera e propria orgia di droghe e abusi
– questo era il nostro modo di metterci un velo sugli occhi per
impedirci di vedere che i Placebo non stavano andando bene… Ero
completamente dipendente da droghe e alcool, sono stato in una clinica per
riprendermi… (silenzio) … Quattro giorni dopo aver lasciato
l’ospedale siamo partiti per il tour. Come gesto di solidarietà anche
Stefan ha smesso di bere, era il primo tour che facevamo da sobri ed è stato
terrificante… Dopo così tanti concerti da ubriachi o drogati mi sono
reso conto quanto mancassi di rispetto verso il pubblico. Oggi, tutto quello
che provo sul palco è vero mentre fino ad adesso le mie emozioni erano
distorte da quello che stavo assumendo… Questo fatto ha esacerbato il
mio sconforto: ero sul palco, di fronte a dozzine di persone con la mia
faccia sulla loro maglietta che urlavano “ti amooo” mentre io
iniziavo a odiare me stesso. Volevo zittirli urlando “Non vorreste
essere come me se mi conosceste!!”… Ma qualunque cosa dicano le
dicerie, si canta meglio e si suona meglio quando si è sobri… Durante
la registrazione del nuovo disco, nello studio, ero presente mentalmente e
fisicamente (ride).
I: Sei cresciuto in Belgio,
Lussemburgo, Inghilterra, con un padre americano con origini francesi e
italiane e una madre scozzese. Hai perso le radici?
B: Quando stavo a casa ero
lacerato: mia madre era molto religiosa, mio padre era un uomo d’affari
ed entrambi, per diverse ragioni, non erano d’accordo sul fatto che
volevo intraprendere una carriera artistica… Sin da quando ero bambino
ho dovuto crearmi il mio spazio con il machete, sapevo che non c’era da
aspettarsi niente dagli altri, pensavo che un giorno avrei mostrato loro
quanto si sbagliavano, che avrei avuto qualcosa… Questo mi ha dato la
forza e la determinazione di diventare me stesso. Questo sradicamento ha
senza dubbio contribuito al fatto che non mi sento a casa da nessuna parte.
Ha in particolar modo incoraggiato la mia solitudine. Avrei amato possedere
una cultura, una famiglia, uno stile di vita, ma non era il mio destino.
E’ questo il motivo per il quale ho fondato i Placebo: come un
sostituto della mia famiglia. Non è solo una band ma la mia ragion
d’essere.
I: Ancora una volta l’argomento
delle medicine ritorna nel disco. Puoi vivere senza di loro?
B: Non è ipocondria, è solo che
devo prendere medicinali per curare la mia depressione. Per molto tempo
quando ero teenager, ho vissuto con questa sofferenza che non aveva un nome.
E’ stato quando avevo 25 anni che un dottore ha finalmente
diagnosticato che era depressione. Fu un sollevo sapere che ero malato e che
non era qualcosa che stavo infliggendo a me stesso, che non mi permetteva di
avere il controllo sulle mie emozioni, che mi causava la mia costante
tristezza. L’unica cosa positiva è stata che ho cercato di superare la
sofferenza con la creatività, sperando di trovarci una forma di terapia. Non
si può immaginare che sollievo sia sapere alla fine che sei malato e non
pazzo.
FINE 2° E ULTIMA PARTE
INTERVISTA PUBBLICATA SULLA
RIVISTA FRANCESE LES INROCKUPTIBLES N°704, 26/05/09 - 01/06/09
TRADUZIONE A CURA DI SPLEEN
(30/05/09)