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MISTO DI FUMO E CHANEL POUR MONSIEUR:
BRIAN MOLKO SU XL DI REPUBBLICA

 

Entri nella stanza e ti assale una miscellanea di odori così intonati che sarebbero da brevettare: un misto di fumo e Chanel Pour Monsieur. Poi arriva lui, tutto in nero, dalle scarpe alla t-shirt. Coda di cavallo e occhi leggermente truccati. Brian Molko si siede lentamente sul divano di questa elegante suite, in un albergo nel centro di Londra, e sembra un sopravvissuto. <<Lo sono>>, dice d'impulso aspirando la sigaretta. <<Del resto quello che ho passato umanamente e con la band negli ultimi quindici anni mi fa entrare di diritto in questa categoria>>. E infatti il nuovo disco dei Placebo, Battle For The Sun, in uscita a giugno, ha un messaggio molto chiaro: quello che non ti ammazza ti rende più forte. L'album, una potente miscela di pop-rock, ha riportato il gruppo, nato a Londra nel 1994, alla vita, dopo essere arrivato quasi alla rottura. <<Il nostro ultimo lavoro, Meds, ci aveva esauriti, sia fisicamente sia emotivamente>>, spiega Molko. <<In quell'album abbiamo raggiunto i nostri momenti musicali più neri, il messaggio non dava speranze, è stato il microscopio del nostro dolore. E il tour ci aveva sfiancato. Alla fine eravamo una band solo di nome. Evitavamo di guardarci e di parlarci, non ci divertivamo più>>.
Molko si riferisce ai problemi con il batterista Steve Hewitt, con il quale i rapporti si sono irrimediabilmente incrinati nel 2007 quando ha lasciato la band ed è stato sostituito quasi subito dal 22enne californiano Steve Forrest (ex degli Evaline).
<<Essere in una band è come essere sposati. Se l'amore finisce bisogna lasciarsi>>. Da quel momento inizia la resurrezione. <<Io mi sono sentito di nuovo creativo ed entusiasta come un ragazzino. Così abbiamo iniziato a lavorare sul nuovo materiale. Stefan (Olsdal, il bassista ndr) ed io ci siamo detti: serve una reazione forte. Il nuovo album sarà pieno di colore e di messaggi positivi. Solo questo. Poi siamo andati di istinto>>. L'istinto li ha portati a incidere Battle For The Sun, potente come uno scoppio in technicolor proiettato su grande schermo. ? una battaglia per che cosa? <<Per uscire dall'oscurità e andare verso la luce. Verso l'ottimismo. Tenendo ben presente, però, che quell'oscurità esiste, è essenziale e fa parte di ogni essere umano. In questo senso Battle For the Sun è esattamente l'altra faccia della medaglia di Meds. C'è una frase nella canzone che mi piace molto e riassume questa filosofia: "We can build the tomorrow today" (Possiamo costruire il domani oggi, ndr)>>. Molko definisce il sound così: <<Non si tratta di hard rock e neppure di pop>>. Alcune canzoni (Happy You're Gone e Kings of medicine), il 36enne nato in Belgio, con sangue francese, italiano, americano e scozzese nelle vene, le ha scritte in una piccola chiatta ancorata sulla Senna: <<Adoro Parigi e volevo passare un po' di tempo da solo. Mi sembrava un buon posto per lavorare>>, spiega. E in nome della liberta d'espressione la band ha pure rifiutato di rinnovare il contratto con la Virgin (dopo dieci anni di collaborazione) e ha scelto di autofinanziare il nuovo disco affidandosi per distribuzione a diverse piccole etichette indipendenti a secondo del territorio, iniziando con la Pias per l'Europa. <<Dopo tanto tempo con una major dopo aver vissuto gli anni d'oro della Virgin ci sentivamo un po' ingabbiati>>, riflette Brian, che nel frattempo si è quasi spalmato sul divano. <<Volevamo il controllo totale su noi stessi e così abbiamo preso questa decisione coraggiosa. Abbiamo fatto il contrario delle altre band, che di solito passano dalle etichette piccole alle major>>.
Nella sua vita Brian Molko di decisioni coraggiose ne ha prese altre. Non ha mai nascosto la sua bisessualità, per esempio. Neppure adesso che ha una compagna da molto tempo e un figlio di quattro anni, Cody. In brani come Nancy Boy ha sfidato le convenzioni dei generi sessuali e con il suo aspetto androgino e i suoi travestimenti ambigui si è sempre trovato a proprio agio, anche di fronte alle critiche. <<I tempi di Nancy Boy sono passati>>, spiega un po' assorto. <<Avevo 22 anni e volevo urlare al mondo come mi sentivo. Questa tematica nelle mie canzoni non c'è più. Ma vorrei dire una cosa. La gente odia quello che non capisce. Ed è importante sapere che l'ignoranza degli altri non può rovinare la nostra vita e la nostra felicità>>.
Qualche esperienza negativa però è capitata anche a lui: <<non sono io che cerco i guai, sono loro a cercare me. In passato a volte mi divertivo a far credere agli uomini che ero una donna. Non ti dico poi la reazione quando scoprivano la verità. Sono stato minacciato e anche picchiato. ma mi sono sempre detto: chi mi odia non mi merita. Soprattutto ho usato la mia intelligenza contro l'ignoranza e sono stato fortunato perché non mi sono mai sentito in trappola, né debole di fronte alle critiche>>. Del resto lo ha dimostrato. Le (più o meno) leggende metropolitane su di lui non sono favole della buona notte. Una raccontava che si iniettava crack negli occhi prima di buttarsi in una vasca di fango in compagnia di vari ragazzi e ragazze. Un'altra assicura che Molko abbia provato tutto, ma proprio tutto, tranne l'eroina. A questi ricordi sorride intrigato: <<Ho raccontato alla stampa cose folli, che nessun altro si sognerebbe mai di confessare a un giornalista. Ma oggi non mi drogo più. Sai, credo ci sia una certa quantità di stupefacenti che una persona può farsi nella vita. E ti assicuro che le rockstar raggiungono questo limite molto in fretta>>. Qualcuno si è chiesto se questa aura di trasgressione che lo circonda come un dannato sia genuina oppure buona per far parlare i giornali e vendere i dischi. <<Eppure io sono così, flamboyant!>>, ribatte calmissimo, ma quasi indignato. <<Non è una recita, non è un personaggio quello che va sul palco. Mi devo esprimere in qualche modo e lo faccio con i miei travestimenti, il make-up, il look esagerato. Lo curo molto perché fa parte della mia natura. Sarebbe peggio se mi esprimessi così nella vita di tutti i giorni, a casa con mio figlio>>.
Il pubblico italiano ricorda bene come si è espresso sul palco di Sanremo nel 2001. Dopo aver cantato Special K il signor Molko tento (inutilmente) di disintegrare la chitarra. Con la platea che gli urlava <<scemo, scemo>>. <<Già, credo che nel vostro Paese siamo conosciuti solo per questo>>, ammette, ma senza imbarazzo. <<Confesso che ero veramente molto ubriaco. Ero pure annoiato e pieno di frustrazione verso un pubblico che pareva addormentato. Ci avevano detto che era Eurovision e invece era un festival di paese! >>, conclude scherzando. Un po' di affetto per l'Itali però è radicato nel cuore. <<Beh, mia nonna era di Bologna, si chiamava Tito di cognome. E mi ha fatto piacere che proprio a Bologna ci siamo esibiti per aprire il concerto di David Bowie. Purtroppo non parlo la vostra lingua ma mi sarebbe piaciuto impararla>>. Altri rimpianti? <<Soltanto uno. All'inizio non mi potevo permettere gli abiti e costumi di scena che volevo. Un vero peccato>>. Poi fa l'occhiolino e scompare al secondo piano della sua suite, avvolto dal fumo e dallo Chanel.

A CURA DI DEBORAH AMERI

ARTICOLO PUBBLICATO SU XL DI REPUBBLICA
ANNO IV NUMERO 46
GIUGNO 2009

(16/06/09)

 

 

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